LO STIGMA: COME “FUNZIONANO” QUELLI CHE DICONO DI ESSERE SANI

Recentemente fatti di cronaca, che hanno coinvolto le più alte personalità del nostro Paese, hanno riguardato persone con problemi psichiatrici. Ogni qual volta si enuncia l’ambito della malattia mentale, o più in generale il suffisso “psi”, emergono in Italia variegate posizioni. Il tentativo mediatico, che spesso viene compiuto, è quello di affiancare i temi relativi alla gestione della salute mentale a quelli della sicurezza, alimentando una posizione delirante di incompatibilità.

Questo spettro aleggia da ancor prima dell’istituzione della ormai celebre legge 180, negli anni in cui tutto ciò che era differente diveniva nemico, ostile ed andava arginato, rinchiuso, disumanizzato o perlomeno celato. Ad oltre trent’anni dall’entrata in vigore di questa norma garantista di diritti umani nello scenario mondiale, all’enunciare una tematica relativa all’ambito psichiatrico, persevera ancora lo stato emotivo della paura. Il presentare i problemi della salute mentale e della sicurezza in maniera correlata non fa altro che alimentare il timore della diversità, che si generalizza a ciò che è ignoto, sconosciuto o non controllabile.

Analizzando la situazione dal punto di vista della “normalità” emerge un dato rilevante: annualmente il 20-25% della popolazione in età superiore ai 18 anni soffre di almeno un disturbo mentale clinicamente significativo. Ciò vuol dire che almeno una volta nella vita, ciascuno, senza saperlo, soffre di un disturbo mentale. Tendenzialmente quando non capiamo cosa ci sta succedendo esperiamo paura, una forte paura che può diventare in alcuni casi anche angoscia o rifiuto. Queste apprensioni arcaiche, con cui dobbiamo e possiamo imparare a convivere, possono essere scaricate sull’altro che spesso è una persona meno fortunata o che perlomeno dispone di minori risorse; su un capro espiatorio. Ogni qualvolta echeggia la voce che chiede la riapertura degli ospedali psichiatrici la nostra società da voce e sfoga una paura profonda, una paura che ognuno ha: quella di impazzire, di venir meno, di arrendersi. Lo stigma in questo senso non è altro che una risposta adattativa, la negazione di una paura, quasi un monito: “Se non stai nelle regole finisci là!”

Per fortuna che i manicomi non esistono più. Oggi si è liberi pure di impazzire, che in primis semplicemente significa necessitare di aiuto. Prima o poi nella vita tutti ci troviamo, o ci siamo trovati, nella condizione di chiedere aiuto, nella difficoltà, nell’impossibilità di farcela con le nostre sole forze. Quando si chiede del denaro, per esempio, non si è in grado di far fronte alle spese che vengono previste e quindi chiediamo un prestito. Quando abbiamo mal di denti, ed andiamo dal dentista, ecco che di nuovo chiediamo aiuto. Nel fare queste azioni difficilmente incorriamo in problemi di esclusione o discriminazione, o corriamo il rischio di incappare in qualche stigma sociale. Eppure ai più maliziosi potrebbe sfiorare l’idea che, in fondo in fondo, non siamo dei buoni amministratori di denaro se dobbiamo ricorrere alla banca, o che non ci laviamo i denti sufficientemente se abbiamo bisogno del dentista. Il flebile sospetto insinuato in questi esempi viene esacerbato all’ennesima potenza nel caso della malattia mentale.

Ed accanto al pregiudizio di fondo, cioè che la patologia mentale sia inguaribile, ecco affiorare ogni genere di stereotipo negativo legato all’’irresponsabilità, all’improduttività, o all’imprevedibilità che annebbia chi ignora o ancor peggio chi non ne vuole sapere di questi temi. Questo quadro discriminatorio però non è esente da ripercussioni. Esso aggrava la sofferenza personale del malato, ricadendo anche sui suoi familiari, rendendo l’esistenza quotidiana di persone già di per se in difficoltà insopportabile. Questo è lo stigma: un importante fattore antiterapeutico, una “seconda malattia”, secondo la definizione di Finzen (2000). Esso diventa così uno dei principali ostacoli ai programmi di terapia e di assistenza dei pazienti, che continuano, in questo modo anche ai giorni nostri, a rimanere discriminati e a volte ancora ghettizzati, perché della condizione psichiatrica ancora ci si vergogna. Allo stigma pubblico è da aggiungersi il cosiddetto “self-stigma”, ossia il pregiudizio che le persone affette da disturbi mentali rivolgono verso se stesse. Questo fenomeno viene chiamato “autoetichettamento”, esso si concretizza con l’interiorizzazione degli stereotipi negativi dell’ambiente sociale in cui i pazienti sono immersi. Ciò contribuisce alla cristallizzazione e al perdurare dei sintomi portando l’individuo all’isolamento. Anche i familiari dei pazienti, condividendo gli stessi vissuti, possono incappare in questa forma di discriminazione tendendo alle volte ad aumentare le credenze erronee dei pazienti.

Lo stigma è un importante fattore che contrasta la compliance nell’ambito della terapia farmacologica (Perkins, 2002). Infatti l’assunzione di farmaci diviene essa stessa oggetto di stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica in quanto conferma della malattia e della relativa gravità. Anche i supporti terapeutici in ambito psicologico non sono al riparo da questa minaccia finendo talvolta per essere banalizzati e vanificati da infondate credenze, supposizioni e pregiudizi. I familiari, che possono condividere queste posizioni, devono essere appositamente informati e tutelati perché tali erronee informazioni interferiscono, anche pesantemente, su trattamento e prognosi. Per intaccare e sgretolare questi preconcetti è indispensabile che i Servizi di Salute Mentale prendano in carico non solo i pazienti ma le famiglie in toto.

Creare e progettare opportuni spazi di confronto e di dialogo su questi temi, che vengono a volte appositamente ignorati, coinvolgendo esperti, pazienti e familiari, è particolarmente importante per iniziare a combattere in maniera attiva questa forma di violenza sinuosa. Sensibilizzare dapprima i diretti interessati favorirebbe la diffusione di strumenti conoscitivi per riconoscere le esperienze di discriminazione. Questa condivisione della situazione fra pazienti, familiari e Servizio consentirebbe di affrontare le contingenze spiacevoli e discriminanti via via che si presentano. In fine fornirebbe agli attori interessati la possibilità di sviluppare abilità sociali e assertive facilitanti il rapporto con gli altri.

Ad oggi ancora a causa dello stigma e dei vissuti di inadeguatezza sperimentati, persone evitano di esporsi a situazioni quali la ricerca del lavoro, la prosecuzione degli studi o la partecipazione ad altre attività di natura umana. La strutturazione di nuove credenze funzionali, assieme alla modificazione di credenze erronee permetterebbe a pazienti e familiari di padroneggiare meglio alcune situazioni e ridurrebbe l’isolamento, che ad oggi risulta essere in primis uno dei fattori discriminanti per l’esordio della malattia mentale ed anche la principale causa di rischio per le possibili future ricadute.

Dr. Manuele Del Gobbo Psicologo

FONTI; ARTICOLI; SITOGRAFIA:

www.dica33.it

www.afar.it

www.opsonline.it

www.antipsychiatry.org

www.tartavela.it

AJ Gray – JRSM, 2002 – jrsm.rsmjournals.com

Finzen Asmus Psychose und Stigma Psychiatrie-verlag 2000 R. Dilts T. Hallbom, S. Smith.

Convinzioni – Forme di Pensiero che plasmano la nostra esistenza. Astrolabio 1998

Goffman E. Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity. Harmondsworth: Penguin, 1963

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