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Archivio di dicembre 2014

LEGGE REGIONALE 16 OTTOBRE 2014 n. 17

LEGGE REGIONALE 16 OTTOBRE 2014 n 17

Pdf – Legge regionale n. 17 del 16 ottobre 2014

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Regolamento FAP 2014

Regolamento di attuazione del Fondo per l’autonomia possibile e per l’assistenza a lungo termine di cui all’articolo 41 della legge regionale 31 marzo 2006, n. 6 (Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale)

Pdf – Regolamento FAP Fondo autonomia possibile 2014

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GIOVANNI MORO: CONFERENZA SUL NON PROFIT

Udine negozio di Via MagriniIl mondo del volontariato, del non profit e del mondo cooperativistico in Friuli-Venezia Giulia è un settore variegato e molto ricco di esperienze. Necessita, allo stesso tempo, di rinnovate strategie e di nuovi strumenti organizzativi e amministrativi, per rispondere con efficienza ed efficacia a nuovi scenari.

Questo argomento è stato approfondito il 19 settembre scorso al Centro Culturale Paolino D’Aquileia a Udine dal sociologo e politico Giovanni Moro, figlio di Aldo Moro, lo statista ucciso dalle Brigate rosse, invitato dal Partito Democratico. Il libro che ha scritto, dal titolo Contro il non profit, fornisce una prospettiva critica su questa realtà, sempre più importante, ma conosciuta poco dal vasto pubblico.

 

COSA È IL TERZO SETTORE?

E’ l’ambito più dinamico dell’economia italiana. Mentre, infatti, diminuisce il numero delle istituzioni pubbliche, come effetto di interventi normativi, e delle persone in esse occupate, con una contrazione dell’11,5% del personale in dieci anni, e le imprese registrano una crescita molto contenuta, con un aumento di unità pari al 4,5%, sono proprio le organizzazioni non profit a segnare un successo in termini di crescita delle unità giuridiche e degli addetti. Più 28% dal 2001 e più 39,4% di lavoratori, per quanto riguarda le istituzioni con addetti.

Questa è la sintesi del “Nono censimento industria e servizi, istituzioni e non profit: un paese in profonda trasformazione” presentato l’11 luglio 2013 dall’Istat (qui tutti i dati). Un lavoro complesso e approfondito che ha coinvolto grandi numeri: 300mila organizzazioni non profit, 13mila istituzioni pubbliche e un campione di 260mila imprese.

IMG_6900Udine (24)Quali sono le categorie che fanno parte del Terzo settore? Sono associazioni, comitati, cooperative, fondazioni, enti religiosi, che non esauriscono ancora il cosiddetto “universo”. Ci sono dentro partiti politici, sindacati, università, ospedali, club sportivi; insomma una giungla, classificata in elenchi e registri custoditi nei luoghi più disparati, dall’Agenzia delle Entrate agli enti locali, dalle Camere di commercio al Ministero degli esteri. Le categorie scelte dall’Istat per il censimento sono state quattordici: i quattro quinti sono associazioni, seguono partiti e sindacati, enti ecclesiastici, cooperative sociali, scuole, fondazioni, enti sanitari.

Che cosa hanno (o dovrebbero avere) in comune queste categorie? Due aspetti fondamentali: la natura privata, ma soprattutto il divieto di distribuire profitti ai soci. Dunque il guadagno è perfettamente lecito anche nel terzo settore, basta che non vada ad arricchire singoli individui.

Nel 2011, inoltre, uno studio condotto dall’Istat insieme al C.n.e.l., Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ha stimato il valore economico del lavoro svolto dai volontari in 7,8 miliardi di euro, corrispondente a 702 milioni di ore l’anno. Tra gli obiettivi del censimento 2011, oltre al registro statistico delle organizzazioni non profit, già previsto nel 2001, c’è una novità importante: contribuire alla nascita del conto satellite, raccomandato dalle Nazioni Unite. Si tratta di una sezione della contabilità nazionale dedicata al non profit, che vedrà così valorizzato il suo contributo al Prodotto interno lordo (Pil) del nostro Paese.

Per un confronto con i dati regionali del Friuli-Venezia Giulia potete accedere allo studio dell’Irsses, Istituto regionale per gli studi di Servizio Sociale, nel quale si evidenziano i dati del non profit: in regione il 3% degli occupati trova lavoro in questo settore, nel quale operano 238 cooperative sociali, 1.323 organizzazioni di volontariato, 513 associazioni di promozione sociale e circa 100 fondazioni.

 

RELAZIONE GIOVANNI MORO

Alcune argomentazioni esposte nella pubblicazione chiariscono le criticità di questo universo complesso. L’autore cerca di definire il non profit ed il valore sociale di queste organizzazioni. La definizione di non profit nacque da un gruppo di ricercatori dell’Università americana di Baltimora negli anni ’80, che mirava a collocare questo insieme di organizzazioni né pubbliche né private nella mappa economica del mondo E’ quindi un fenomeno recente, sviluppatosi negli ultimi 40 anni. Non esiste il non profit come fenomeno unitario.

Le Nazioni Unite inserirono questa classificazione nei loro sistemi ufficiali, che in seguito venne adottata dagli istituti di statistica di tutto il mondo. Le organizzazioni vennero quindi definite come “non profit”, ossia che non generano profitto. Tutte le attività che non erano commerciali, senza distinzione di categoria, vennero definite in base al fatto di non produrre utili. Questo presupposto, mal formulato fu la premessa della creazione di un insieme di organizzazioni che avevano in comune soltanto il fatto di non produrre utili, una definizione che definisce qualcosa come “non qualcosa” (non profit).

Udine 109 (1024x768)Questa classificazione, diciamo questa etichetta, adottata anche dall’Italia, ha accomunato associazioni di ogni genere, che sono riconosciute come un’unica entità portatrice di valori sociali. Secondo la teoria scientifica del “capitale sociale”, il solo fatto che le persone si mettano assieme ha già un valore in sé, non importa per che cosa ci si metta insieme (giocare a pallone o occuparsi dei malati terminali), crea un valore aggiunto.

Questa definizione si è andata affermando nel mondo grazie ad un alone di benemerenza, dovuto ad una inversione della parte con il tutto. Non importa il tipo di organizzazione, tutti “diventano buoni” e di utilità sociale. Elenchiamo qui si seguito le principali criticità di questa classificazione, riportate da Giovanni Moro:

La prevalenza delle grandi organizzazioni rispetto alle piccole: ad esempio per la raccolta dei fondi, utilizzata dalle grandi organizzazioni, che hanno una notevole capacità di comunicazione rispetto alle più piccole, per finanziare servizi, non si privilegia la capacità di rilevare i bisogni e risolvere i problemi , ma solo la competizione tra organismi.

La concorrenza sleale: esiste una forma di concorrenza non adeguata, tra il profit ed il non profit: la stessa attività, esercitata da due settori, non ha la stessa tassazione. E molto spesso si ingenera confusione, perché, ad esempio nei circoli sportivi, sia nei locali che nei servizi non si vede la distinzione tra attività commerciale e non profit; inoltre, se consideriamo una gara d’appalto tra una cooperativa sociale e un’associazione di volontariato, costatiamo che le due realtà non sono sullo stesso piano, poichè concorrono con un diverso costo del lavoro.

Il cinque per mille: se si scorre la lista di chi ha ricevuto il cinque per mille si trovano associazioni che hanno ricevuto ingenti cifre soltanto perché gestiscono centri di assistenza fiscale…nei quali si deve indicare a chi destinare il cinque per mille. Sono associazioni di volontariato?

Primato dei servizi rispetto all’advocacy ;il termine advocacy significa, per le associazioni di volontariato, patrocinare attivamente la causa con azioni mirate ed un approccio ampio e trasparente; significa sviluppare strategie per orientare l’attività ed influire sui processi decisionali. Il settore pubblico, invece, allo stato attuale, privilegia l’affidamento e la gestione dei servizi , con convenzioni al non profit con l’intenzione di esternalizzare i costi ed aggirare i blocchi dell’assunzione della pubblica amministrazione. Quasi la metà della spesa sociale dei grandi comuni è affidata a convenzioni, che determinano, così, bassa qualità del lavoro e rapporti conflittuali.

Professionalità dei dirigenti orientata al profit: non esiste differenza tra i dirigenti orientati al profit ed al non profit, che hanno lo stesso trattamento economico : un’anomalia, che indica come vi sia la necessità di ordinare l’intero comparto.

Qui di seguito potete ascoltare la conclusione dell’intervento di Giovanni Moro:

http://www.idealmenteonlus.it/wp-content/uploads/2014/12/giovannimoro_noprofit_udine_2014.mp3

 

NUOVE STRATEGIE E NUOVE SFIDE

Dopo quanto è stato illustrato è banale affermare che sia indispensabile mettere mano a una riforma generale di tutto il settore; che sia necessario conoscere quali siano i bisogni delle associazioni; che vi sia condivisione, rispettando i propri ruoli.

Si sostiene da più parti la necessità di ridefinire i compiti e le funzioni dell’ente pubblico, del privato e del complesso mondo del non profit, per innescare un processo dinamico che dia ordine e struttura ad un universo che necessita di una cabina di regia forte. Solo così si avrà una equa ed armonica distribuzione delle risorse e si potranno condividere progetti che abbiano impatto sulla cittadinanza e ne aumentino il capitale sociale. Le associazioni aspettano.

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