Recensioni

LO STIGMA: COME “FUNZIONANO” QUELLI CHE DICONO DI ESSERE SANI

Recentemente fatti di cronaca, che hanno coinvolto le piĂą alte personalitĂ  del nostro Paese, hanno riguardato persone con problemi psichiatrici. Ogni qual volta si enuncia l’ambito della malattia mentale, o piĂą in generale il suffisso “psi”, emergono in Italia variegate posizioni. Il tentativo mediatico, che spesso viene compiuto, è quello di affiancare i temi relativi alla gestione della salute mentale a quelli della sicurezza, alimentando una posizione delirante di incompatibilitĂ . Read the rest of this entry »

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ALCOOL E FARMACI CONNUBIO FATALE

Molti studiosi si sono recentemente interessati alla diffusione dell’alcool e dei problemi alcol correlati, indagando, nelle loro ricerche, tematiche relative al rapporto che intercorre fra alcool e popolazione. Da un’analisi approfondita emerge che il rapporto che lega uomo e questa sostanza ha radici profonde. Il primo utilizzo umano, ovvero la fermentazione di liquidi zuccherini ottenuti da frutti o radici, si perde nella notte dei tempi. L’alcool è una sostanza stupefacente, e come tutte le sostanze psicoattive per proprie proprietĂ  chimiche è in grado di indurre variazioni nel funzionamento dei neurotrasmettitori nel sistema nervoso umano, alterando lo stato di coscienza. Essa pertanto contraffĂ  le funzioni cerebrali provocando cambiamenti percettivi, dell’umore e del comportamento anche a bassi dosaggi.

Fra i meccanismi molecolari ancora da indagare approfonditamente, vi sono quelli determinati dall’interferenza dell’alcool etilico con il sistema di segnalazione della serotonina. L’interesse della comunitĂ  scientifica è in questo periodo rivolto alle ricerche che studiano l’azione dell’etanolo sui neuroni serotoninergici ippocampali. L’ippocampo è coinvolto nei processi di memoria, nelle emozioni e nella regolazione dello stress. I risultati mostrano che vi è inibizione del passaggio della serotonina fra i diversi neuroni all’accrescere della concentrazione alcolica nel sangue. Nel sistema nervoso centrale, la serotonina svolge la regolazione dell’umore, del sonno, della temperatura corporea, della sessualitĂ  e dell’appetito. La serotonina è coinvolta in numerosi disturbi neuropsichiatrici, come l’emicrania, il disturbo bipolare, la depressione e l’ansia.

Molti psicofarmaci noti, come ad esempio gli antidepressivi SSRI (come il Dropaxin, Prozac e Zoloft), antidepressivi triciclici e inibitori delle monoammino-ossidasi agiscono su questo specifico neurotrasmettitore.

L’alcool, essendo una sostanza estremamente piccola e capace di attraversare la membrana cellulare, non avendo un recettore specifico per essere metabolizzata, chiama in causa anche l’altra via di trasmissione delle informazioni: quella dopaminergica. La presenza di etanolo determina una riduzione di noradrenalina e dopamina a livello cerebrale con l’effetto di ridurre gli effetti eccitatori di tali sostanze sul sistema nervoso centrale.

All’interno del cervello la dopamina funziona da neurotrasmettitore ed è anche un ormone che viene rilasciato dall’ipotalamo. La dopamina agisce sul sistema nervoso simpatico causando l’accelerazione del battito cardiaco e l’innalzamento della pressione sanguigna. Gli antagonisti dopaminergici sono farmaci che trovano ampio utilizzo come neurolettico in ambito psichiatrico, mentre agonisti dopaminergici sono usati sia come terapia primaria nel morbo di Parkinson, sia come antidepressivi.

Se da un lato le tematiche alcol correlate possono essere legate ad aspetti inerenti le caratteristiche di funzionamento biologico del nostro organismo, dall’altro anche gli aspetti culturali, che si esprimono negli usi, nei rituali e nei comportamenti socializzati dell’alcool risultano di non inferiore rilevanza.

In occidente infatti l’alcool risulta essere la sostanza stupefacente legalizzata più potente. Essa, ricordo, è una sostanza estranea, non essenziale, non nutriente o utile all’organismo. Inoltre risulta essere tossica per le cellule provocando danni diretti a molti organi fra i quali i più colpiti risultano essere il fegato e cervello. Infine é un potente agente tumorale.

Il suo utilizzo da sempre è stato legato ad aspetti di carattere religioso, ad esempio nel rito eucaristico cristiano. L’uso è inoltre fortemente legato nella nostra cultura agli aspetti conviviali e ludici della festa e del divertimento e quindi viene “socializzato” nei ritrovi fra persone. La sua diffusione è capillare ed il numero degli esercizi che possono somministrate questo tipo di sostanza è ad essere generosi sovrabbondante. Considerata la pericolosità della sostanza, la sua mescita è regolamentata per legge e pertanto risulta vietata la somministrazione e la vendita ai minori di anni 16. Un paradosso considerato che le ultime ricerche indicano che i giovani fanno il primo incontro con la sostanza prima dei 12 anni quindi in famiglia. Soprattutto per gli abitanti delle zone del nord Italia ed Europa il primo utilizzo della sostanza alcolica può essere fatta risalire ad età adolescenziali o addirittura in alcuni casi preadolescenziali.

L’alcool viene utilizzato da sempre in campo farmaceutico per conservare i principi attivi presenti in radici e piante curative. Pertanto lo si può trovare in dosi minime e terapeutiche in soluzione liquide come sciroppi o in gocce. In ogni caso è opportuno evitare di sovrapporre l’utilizzo di queste soluzioni se vi sono altri trattamenti farmacologici in atto. Le ricerche su alcool e farmaci indicano chiaramente che queste sostanze si influenzano vicendevolmente.

I farmaci possono ritardare l’eliminazione dell’alcol da parte dell’organismo. Pertanto i metaboliti tossici prodotti dall’alcol rimangono presenti piĂą a lungo con possibili effetti indesiderati, come calura, viso arrossato, nausea, mal di testa, pressione bassa e palpitazioni. L’alcol può aumentare gli effetti diretti e collaterali di alcuni farmaci. L’alcol e tutti i farmaci che deprimono il sistema nervoso centrale (sedativi, ipnotici, anticonvulsivanti (antiepilettici), antidepressivi, ansiolitici, analgesici oppioidi) si potenziano a vicenda: assumendo etanolo insieme a uno di questi medicinali si otterrĂ  un effetto sedativo molto piĂą marcato.

L’alcol può ritardare l’effetto di certi farmaci che cosi rimangono attivi più a lungo nell’organismo con possibile conseguenza l’overdose da farmaco. In sintesi pertanto è assolutamente controproducente, dannoso fino ad essere letale, assumere sostanze alcoliche in concomitanza ad una cura farmacologia.

Inoltre è importante precisare legame fra alcool e disagio psichico ed in questo rapporto interdipendente possiamo distinguere diverse condizioni. L’abuso o la dipendenza da alcol possono facilitare l’insorgenza di un disturbo psichiatrico; in questo caso l’alcool funge da catalizzatore. Un disturbo psichiatrico preesistente può comportare un abuso alcolico come forma di autoterapia; in questo caso la sostanza alcolica ha funzione deprimente e coprente del disagio ad un prezzo altissimo in termini di danno psicofisico perché essendo una sostanza d’abuso per ottenere i risultati desiderati via via risulterà indispensabile aumentare i dosaggi. Può inoltre esistere un parallelismo tra disturbo psichiatrico e utilizzo di sostanze alcoliche che si manifestano indipendentemente l’uno dall’altra; in questo caso alcool e disturbo si influenzano alleviandosi o esacerbandosi a vicenda. Ciò che emerge è che l’utilizzo di sostanze alcoliche in situazioni di disagio tende ad far deflagrare i sintomi ed i problemi. Va precisato inoltre che il solo raggiungimento della condizione di sobrietà può lasciare nell’individuo un aggravamento o la comparsa di un quadro depressivo.

Alcool e farmaci, come detto, non possono andare d’accordo; mescolando queste sostanze facilmente si può prevedere conseguenze drammatiche per la propria vita e per quella degli altri, in primis dei propri familiari. La cultura dell’alcool è certamente prepotentemente predominante nel nostro mondo. La disponibilità dell’’alcool è ovunque, nei locali e nei supermercati e di conseguenza nelle case, e vengono spese quotidianamente ingenti somme di denaro per promuovere il suo utilizzo nei vari mezzi di comunicazione. Spesso il far fronte a questa mole comunicativa è scaricata sul singolo, proprio per questo è importante sapere che l’alternativa a questo mondo annebbiato c’è, esiste! Essa ha una voce flebile, mai adeguatamente supportata, racchiusa in testimonianze, in racconti, in vite, che trascorrono serene e senz’alcool.

Dr. Manuele Del Gobbo Psicologo

FONTI E ARTICOLI

Convinzioni (forme di pensiero che plasmano la nostra esistenza) R. Dilts, T. Hallbom, S. Smith Casa Editrice Astrolabio 1998 L’alcol e i giovani Un’analisi dei fattori determionanti l’ abuso E. Scafato, S. Ghirini, L. Galluzzo, C. Gandin, S. Martire e R. Russo Centro Collaboratore WHO per la ricerca e la Promozione della salute sull’Alcol e Problematiche Alcolcorrelate. Osservatorio Nazionale Acol CNESPES: Istituto Superiore di Sanità (ISS) Roma. Servizio di sorveglianza Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia Substance Use and Misuse Vol. N° 9 pp 1285- 1303 2003 Definitions of Drunkenness Lorraine, Midanik. Alcohol Reserch Group, Pubblic Health Institute, and Scool of Social Welfare, University of California at Berkeley, Berkeley, California. USA Substance Use and Misuse vol 39, n° 6 pp. 936-991, 2004 Substance Use and Misuse Vol. N° 41 pp 1155- 1169 2006 Psychotropic Substance Abuse among Adolescents: a Structural Equal Model on Risk and Protective Factors G. Rumpold, M. Klingseis, K. Dornauer, M. Kopp, S. Doering, S.Hofer, B. Mumelter, and G. Schubler. Daws L. C., et al. Ethanol inhibits clearance of brain serotonin by a serotonin transporter-independent mechanism. J. Neurosci. 26, 6431-6438, 2006.

SITOGRAFIA:

www.cieaem.net www.lapromessa.org www.alcolino.it www.dronet.org

www.itaspg.it www.acatlivenza.it www.cedostar.it www.brainmindlife.org

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INCONTRO CON RON COLEMAN

Ron Coleman

La Violet Film ha prodotto nel 2007, a cura di Mirella Carrozzieri, un DVD che riprende un incontro con Ron Coleman, promosso e realizzato dall’Azienda Unità Sanitaria Locale di Imola, Dipartimento di Salute Mentale, in collaborazione con il Coordinamento gruppi di Auto Mutuo Aiuto di Imola.

La sua biografia ci racconta che, nato in Scozia nel 1958, Ron è segnato indelebilmente fin dall’infanzia da abusi sessuali subiti all’interno di quell’ambito religioso al quale era stato affidato per realizzare il proprio sogno di diventare prete. All’età di 17 anni, si arruola nell’esercito britannico e termina gli studi universitari laureandosi in economia e commercio .In seguito, ad un incidente avvenuto nel 1981 durante una partita di rugby, ritornato al lavoro dopo un periodo di convalescenza, Ron comincia a sentire per la prima volta le voci. In tre mesi il fenomeno peggiora, e così viene ricoverato in ospedale con la diagnosi di schizofrenia cronica. Per 10 anni viene curato dai servizi psichiatrici inglesi senza ottenere alcun miglioramento. Ricomincia a vivere quando comincia a frequentare il gruppo riservato di uditori di voci di Manchester. Gradualmente inizia a dialogare con esse, rendendole prima innocue e poi amiche, confortanti, fino a farle scomparire quasi del tutto nel 1991. Il suo processo di guarigione trova fondamento nel lavoro di Marius Romme e Sandra Escher, i quali affermano che voci e psicosi sono normali risposte a situazioni anormali.

Da quel momento Ron Coleman diventa egli stesso promotore di esperienze di auto mutuo aiuto e di pratiche di collaborazione tra operatori ed utenti, per costruire assieme un percorso di salute mentale. Oggi è diventato formatore e consulente dei servizi psichiatrici inglesi e di tanti paesi in tutto il mondo, tra cui l’Italia.

Con un’appassionata testimonianza di vita Ron Coleman ci racconta quali sono le condizioni che permettono a una persona con una diagnosi di “schizofrenia” di riprendere il controllo della propria vita, di vincere la paura dei sintomi psicotici come le voci e le allucinazioni visive, di superare lo stigma ed essere riconosciuto come cittadino.

Attraverso la sua esperienza aiuta altri ad uscire dalla malattia e dĂ  indicazioni ai tecnici della salute, indicando e promuovendo un nuovo modo di guarigione dalla schizofrenia. Egli nel raccontare la propria vita lancia una sfida verso le istituzioni psichiatriche, affermando che la schizofrenia semplicemente non esiste. Questo disturbo, non ha una causa comune, non ha uguale percorso per tutti, e non ha lo stesso esito. Non ci sono malati da rinchiudere, ma persone sofferenti con paure ed infelicitĂ  che sono le nostre pene di ogni giorno ingigantite.

“Le persone possono guarire completamente, velocemente e fuori dai servizi – afferma Ron – purchĂ© si combatta la tendenza a ridurre le cause della malattia mentale a motivi biologici. Non mi sono ammalato da un giorno all’altro, ma ho fatto un viaggio verso la malattia, così come ho fatto un viaggio verso la guarigione. Le voci che sentivo non riguardavano i miei geni o la dopamina che circola nel cervello ma erano conseguenza della mia esperienza.

Pertanto era inutile distrarmi con i farmaci ma occorreva che qualcuno mi aiutasse a confrontarmi con esse, a capirle”. Il segreto della sua tecnica, come operatore, risiede nell’ascoltare e interagire con le voci del paziente, cercando di valorizzare e avvicinare al paziente quelle positive e allontanare e contrattare con quelle persecutorie.

Non sedarle attraverso farmaci e costrizioni fisiche sui pazienti, ma renderle tollerabili, accettabili, amiche: non si possono cambiare gli eventi della vita ma si può lavorare sul nostro modo di relazionarci ad essi e di percepirli. Dando un nome alle voci, interrogandole e interpretandole nel loro contesto d’insorgenza spesso si riesce a farle allontanare del tutto, perchĂ© si accetta e metabolizza il problema di cui sono portatrici, integrandolo nel vissuto. E proprio nel condividere il modo in cui altre persone hanno imparato a fronteggiare le voci è possibile apprendere le strategie per migliorare la qualitĂ  della propria vita e saldare assieme i frammenti di personalitĂ  creati dalla malattia.

Per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi psichiatrici Ron Coleman afferma che è critica; “spesso sono organizzati per il mantenimento della malattia e non per la guarigione”, ed ogni sistema cura le persone in un certo modo: l’idea della cura è politica e rispecchia i valori della società contemporanea. Ad una modalità di cura imposta dalle istituzioni si affianca una realtà di persone che non credono più nell’autorità psichiatrica di una cura uguale per tutti, poiché non vedono migliorare le persone care.

Libri pubblicati in Italia:

Titolo: Guarire dal male mentale Autore: Ron Coleman Editore:Manifestolibri Data pubblicazione:Roma 2005

Titolo:Lavorare per guarire. Da vittima a vincitore. Guida al benessere mentale Autori:Ron Coleman-Paul Baker-Karen Taylor Editore: Magema – Carcare (SV) Data pubblicazione: 2004

Titolo:Lavorare con le voci Autori:Ron Coleman-Mike Smith Editore:EGA-Edizioni Gruppo Abele – Torino Data pubblicazione:2006

Indirizzi di Ron Coleman: www.roncolemanvoices.co.uk www.workingtorecovry.co.uk

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LA RIVOLUZIONE INGLESE: UN NEW DEAL PER LA DEPRESSIONE

LA RIVOLUZIONE INGLESE: UN NEW DEAL PER LA DEPRESSIONE

di Piero Porcelli Servizio Psicodiagnostica e Psicoterapia IRCCS Ospedale De Bellis

Capita che psicologi e psicoterapeuti, tanto bistrattati nel nostro Belpaese, vengano improvvisamente rivalutati non tanto da medici o dagli stessi psicologi ma dai nuovi maiître-à-penser del mondo contemporaneo, coloro che dettano le regole del gioco all’intero mondo, ossia gli economisti. E capita così che in Inghilterra si stia compiendo una vera rivoluzione nella politica sanitaria nazionale per il trattamento della depressione, sotto la guida del Professor Lord Richiard Layard, direttore del Centre for Economics Performance della London School of Economics and Political Science (LSE).

Un economista, quindi, alla guida di un prestigiosissimo istituto di studi economici, che ha convinto il governo inglese ad implementare un programma di intervento per la prevenzione dei disturbi d’ansia e depressivi con uno stanziamento di 221 milioni di euro entro il 2010. Non per dare farmaci a tutti e assecondare il motto “a drug for any ailment” adottato dall’industria farmaceutica mondiale ma per impegnare 10.000 psicoterapeuti nel trattamento della depressione a livello dell’assistenza di base. Una vera rivoluzione sanitaria voluta da un economista, quindi, perché Lord Layard ha dimostrato, conti alla mano, che trattare la depressione con la psicoterapia conviene non solo ai pazienti ma soprattutto allo stato. La decisione del governo britannico è stata seguita da molti commenti sulle riviste scientifiche internazionali ma ha avuto sorprendentemente pochissima eco sulla stampa italiana. Per gli interessati, allora, il Depression Resort della London School (2006) è scaricabile in rete dal sito della LSE e Lord Layard sarà a Torino per illustrare il New Deal inglese alXX congresso dell’International College of Psychosomatic Medicine che si terrà nel capoluogo piemontese dal 23 al 26 settembre 2009. In questo intervento, cercherò di esporre lo stato delle conoscenze sul trattamento della depressione per capire appieno il senso del programma inglese.

Per leggere l’articolo completo clicca qui.

Tratto dal Giornale dell’Ordine Nazionale degli Psicologi: La professione di psicologo – n.2 –giugno 2009.

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UNA VITA POSSIBILE – LA PRESA IN CARICO DELLA FAMGLIA PSICHIATRICA

Nel 2008 vengono ricordati i primi 30 anni di riforma psichiatrica basagliana in Italia: un risultato di civiltà ed allo stesso tempo un traguardo amaro se rapportato alla situazione della Psichiatria in Europa che vede nella struttura totalitaria a tutt’oggi la risposta più condivisa ed utilizzata. Il manicomio alimenta lo stigma della diversità; nello stereotipo comune l’ospedale divide il mondo dei sani da quello dei malati. Anche in Italia, nonostante la prorompente apertura delle case manicomiali e l’affermazione implicita di reali risposte alternative, dobbiamo quotidianamente combattere contro i retaggi di questi marchi della diversità che paiono permanere insiti in tutti noi. In un mondo ormai globalizzato gli individui conservano le paure della diversità, del confronto, dell’altro che potrebbero compromettere una consolidata integrità.

Ma chi sono i malati mentali?

Molteplici sono le definizioni proposte per identificare la malattia mentale, ma è bene ricordare che quando si parla di malattia mentale si fa riferimento ad uno stato di intensa sofferenza psichica, protratto nel tempo, che va ad incidere su tutti gli aspetti del vivere, favorendo l’insorgenza di molteplici altre problematiche (mancanza di lavoro e di relazioni significative, dipendenze, sofferenza legata alla malattia stessa, ecc.). (A) Ciò che è empaticamente comprensibile quando si entra in contatto con situazioni di sofferenza psichica è che alla base del disturbo mentale vi è sempre un evento molto stressante per il paziente.

Di fronte al problema della salute mentale i primi ad essere coinvolti non sono solo i pazienti ma contemporaneamente ad essi anche i famigliari piĂą prossimi. Quando un famigliare, figlio, genitore, marito o fratello si ammala inevitabilmente nei suoi cari suscita un forte impatto emozionale.

La persona affetta da disturbo mentale generalmente non si trova in una condizione di assoluta solitudine ed è accompagnata attraverso tutto il suo percorso dalla sua famiglia anch’essa sottoposta a circostanze fortemente stressogene. La famiglia dunque svolge un ruolo di primaria importanza sia per il paziente che per la società andando ad assorbire quanto più possibile le tensioni emotive generate dalla malattia.

Spesso proprio quando il nucleo del sistema familiare vive un’emergenza psichiatrica e quindi quando viene perturbato significativamente nel suo equilibrio genera una richiesta d’aiuto.

Ma fino a che punto la famiglia può farsi carico di un problema di salute mentale? Potenzialmente fino ad esiti anche catastrofici o risolutivi e peculiarmente con modalità proprie diverse da sistema a sistema. In tal ottica una richiesta d’aiuto è da considerarsi sempre una reazione “sana” all’evento stressogeno.

Non sempre però ad una richiesta d’aiuto corrisponde una reale presa in carico: spesso da un incontro fra utenti e operatori scaturiscono storie di difficoltà minime rispetto alle quali le risorse familiari e le persone tornano a casa con la consapevolezza di essere in grado di risolvere i problemi con le loro forze, perché quest’ultime sono superiori all’impasse. Qualora vi sia una reale “presa in carico” da parte di un professionista o di un Servizio di Salute Mentale essa sarà sostanzialmente tesa alla valutazione, (che richiede tempi adeguati), e alla necessità di fornire una risposta terapeutica mirata e organizzata. (2) Sottostante a questo processo vi è la convinzione del professionista che il sistema familiare, per far fronte alla crisi, abbia la necessità di un supporto esterno; nulla più!

Ciò si rende necessario perché anche di fronte alle più catastrofiche perturbazioni i sistemi rispondono sostanzialmente tentando di ripristinare progressivamente l’equilibrio come descritto da Jackson nell’elaborazione del concetto di omeostasi familiare. Da principio infatti i primi progressivi cambiamenti anche positivi, possono generare nelle famiglie ripercussioni anche violente (depressione, attacchi psicosomatici, e simili) negli altri componenti del nucleo familiare. (3)

Poter agire con il sistema familiare consente da un lato di sostenerlo ed accompagnarlo in modo da evitare che si arrocchi in una situazione di solitudine; dall’altro di progettare un intervento maggiormente articolato per la singola persona interessata. Le sensazioni di abbandono, di solitudine, di disperazione e ancora quelle di non essere compresi, capiti, valorizzati, possono essere mediate, organizzate, restituite e lasciare progressivamente spazio ad un ventaglio di sentimenti con valenza positiva.

L’individuo che soffre di disturbi psichiatrici, sia lievi che gravi, vive e ha continui interscambi con un ambiente, micro- o macro sociale, in grado di slatentizzare, rendere acuto, …ma anche… contenere, ridurre… e guarire… il suo disagio (4).

In questo senso risulta dunque di importanza fondante che all’interno della presa in carico di un paziente psichiatrico la famiglia non venga abbandonata ma altresì sostenuta e valorizzata nelle sue peculiarità. L’individuo affetto da malattia mentale non va dunque inteso come elemento indipendente e staccato dal suo contesto ma integrato all’interno del suo ambiente relazionalmente ed emotivamente. Una forma efficace di sostegno che ponga la famiglia al centro dell’attenzione è rappresentata dalla psicoterapia, peculiarmente dalla psicoterapia di matrice sistemico relazionale e familiare. Questo approccio non avendo a cuore solo il paziente, (pur prevedendo appositi spazi di intervento tesi al benessere del singolo), favorisce per costituzione la continuità tra Servizio di Salute Mentale e famiglia e proprio verso il benessere di quest’ultima indirizza i propri sforzi e le proprie competenze. Il professionista con formazione psicoterapeutica è in grado di fungere da ponte, da interprete e da traduttore fra i bisogni, le necessità, i timori e le perplessità del paziente e della famiglia integrando esigenze competenze e professionalità diverse. Grazie alle evoluzioni della Psicologia e della Psicoterapia, è possibile alleviare e quindi curare i più gravi disturbi mentali di area psicotica e di area borderline e naturalmente è anche possibile intervenire in maniera efficace sui disturbi di area nevrotica, quali per esempio i disturbi d’ansia, le fobie, le nevrosi, le depressioni e le dipendenze.

Risultati positivi sono possibili se vengono abbattute le resistenze e gli attriti, se vengono svelati, compresi e superati modelli di comunicazione ed interazione circolarmente cristallizzati.

Il percorso nel lavoro con le famiglie non può approdare a benefici senza l’imprescindibile impegno, i sacrifici e a volte piccole e grandi sofferenze dei componenti del nucleo familiare, e passa attraverso un percorso di fiducia progressiva, da un affidarsi a un fidarsi e confidarsi.

L’individualizzazione del trattamento è condizione essenziale perché ogni essere umano è a suo modo un diverso.

Dott. Manuele Del Gobbo Psicologo

Bibliografia: (1)(Maria Laura Vittori, La terapia fuori dalla stanza Psicoobiettivo volume ventiduesimo 2 2002) (2)(P. Watzawick, J. H. Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della Comunicazione Umana 1971 Casa Editrice Astrolabio) (3)(C. Bressi in Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica Giordano Invernizzi 2000 Mc Graw – Hill)

Sitografia:

(A) (Serena Lupinetti www.assistentisociali.org)

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DATE PAROLE AL DOLORE

La depressione è il “male dell’anima” di questa nostra epoca. La sua definizione si è ampliata nel tempo, assumendo confini incerti ed oggi è conosciuta come una situazione che indica indifferentemente umori e comportamenti, sentimenti e patologie, ma soprattutto perchĂ© concretamente rende piatte su ognuno di noi la complessitĂ  delle emozioni umane.

L’emozione che un tempo si chiamava tristezza, nostalgia o malinconia, oggi viene indicata come depressione e la terapia che è consigliata, il farmaco, è rivolta a sopprimere ogni riflessione e ogni approfondimento sui motivi della sofferenza: si richiama l’attenzione sulla depressione ma la cura è il silenzio.

La depressione è anche quel dolore feroce che paralizza e annienta, quella sofferenza che guasta e consuma la voglia di vivere. Di fronte a questa grande confusione clinica e culturale, il libro “Date parole al dolore” affronta questo tema esaminando le definizioni che si attribuiscono al disturbo; si indaga sulle ragioni che lo generano, spiegandone le manifestazioni e, soprattutto, suggerendo le terapie da adottare. Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta di chiara fama, si schiera apertamente contro la tesi, oggi preponderante, che definisce la depressione una malattia di origine organica e genetica, da curare con gli psicofarmaci o addirittura con l’elettrochock. Secondo l’autore, la depressione non è una malattia ma un sintomo, così come è un sintomo la febbre. Nessuno suggerisce di curare una persona con la febbre alta senza conoscere le cause; e così, anche nella depressione, la cura non può mai tralasciare la ricerca dei motivi che l’hanno fatta insorgere.

La tesi di Luigi Cancrini si percepisce chiaramente: nella cura del disturbo i farmaci servono solo a rafforzare la negazione e a dare un sollievo rapido ed effimero. Passato sotto silenzio il dolore per un periodo piĂą o meno lungo, la depressione si ripresenta con il pericolo di diventare cronica. Soltanto una psicoterapia adeguata sarĂ  in grado di far esprimere e rendere palese la malattia, per mezzo delle parole, pensieri e sentimenti e quindi il dolore, aiutando la persona con depressione a scoprire i motivi della propria sofferenza, a elaborarli e a superarli.

Nell’indicare la strada per questa ricerca, il libro espone chiaramente la differenza tra depressione come reazione “normale” a un evento traumatico e le altre depressioni che sembrano sorgere dal nulla, improvvisamente. Anche per questo ultimo tipo di depressioni – sostiene Luigi Cancrini – esiste sempre una causa scatenante, che la persona, da sola, non è in grado di comprendere e collegare alla propria sofferenza.

Spesso accade che, di fronte alla perdita di una persona cara, di un luogo che non c’è più, di un progetto che non si realizza o finisce, la differenza che si crea tra il significato che una persona dà alla propria perdita, al proprio lutto, in senso lato, e il riconoscimento che gli altri danno al suo dolore è molto rilevante. Nel momento in cui l’altro non c’è, non capisce o non ascolta, si tenta di allontanare dalla coscienza ciò che fa troppo soffrire o di cui non si riesce a parlare: il rifiuto, la solitudine e la paura si trasformano silenziosamente in una rabbia impotente e dolorosa. Un vissuto doloroso, ma accettato normalmente, si trasforma lentamente in uno smarrimento complessivo della coscienza di sé. Ciò che caratterizza la persona depressa è la tendenza a rimuovere o sminuire l’importanza di questi avvenimenti: parlerà più volentieri dei sintomi che l’affliggono, allontanando l’attenzione dalle cause reali della propria sofferenza. L’ambiente, quindi, nel manifestarsi all’improvviso della depressione, influisce sulla possibilità di vivere consapevolmente e di esprimere liberamente la rabbia e il dolore suscitati dal trauma.

Solo una psicoterapia, afferma Luigi Cancrini, raggiunge l’effetto di aiutare la persona a scoprire i fili di esperienze dolorose e traumatiche, liberando la rabbia e l’aggressivitĂ  nascoste dietro la maschera della depressione. Da questa malattia si può guarire e le possibilitĂ  di ricaduta saranno tanto minori quanto piĂą si sarĂ  compreso, mentalizzato ed elaborato il motivo del disturbo. Gli psicofarmaci, invece, non permettendo di indagare sulle cause “oscure” della sofferenza, finiscono per convincere il paziente che la sua è solo una “malattia”, sulla quale egli non ha la capacitĂ  di fare nulla: ha solo la possibilitĂ  di rimuoverla con i farmaci. Questa situazione allontana la persona dai veri motivi che hanno creato il disturbo, e rinforza la negazione del conflitto.

“Date parole al dolore” è un testo fondamentale nell’ attuale dibattito riguardo alla natura della depressione. Rappresenta una sfida a cercare con impegno le ragioni piĂą intime e profonde di un malessere che si può superare provvisoriamente con i farmaci, ma che si può vincere solo affrontando un viaggio all’interno di se stessi, alla ricerca delle ragioni che l’hanno determinato.

Titolo: Date parole al dolore Autori: Cancrini Luigi, Rossini Stefania Editore: Frassinelli Data di Pubblicazione: 1996 Collana: Saggi Pagine: 152

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SCRITTO SUL CORPO

Sul tema dei disturbi alimentari, vi segnaliamo da Youtube un estratto dello spettacolo teatrale Scritto sul corpo, realizzato dal Teatro della sete e sostenuto da Idealmente. Buona visione.

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